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13 marzo 2011 7 13 /03 /marzo /2011 22:32

http://isaac.guidasicilia.it/foto/news/personaggi/garibaldi_aspromonte_1862_N.jpgLo dice il cartello, accanto al piede: "Aspromonte, 1862". Lo certifica, esattamente come la foto, che diviene (che vuol essere) documento storico: possiamo vederlo, l'Eroe dei Due Mondi, forse più canuto del solito, ma sorridente, sciabola in pugno, medaglie allineate sul petto, e, in primo piano, la ferita alla gamba, inflitta al generale in uno scontro tra le forre d'Aspromonte il 29 agosto 1862. Peccato che non sia lui, ma uno sconosciuto sosia. E che la foto sia tutta una montatura: ma all'epoca – viene da pensare – tutte le foto erano frutto di accurata preparazione, messinscena e posa, lunga o anche lunghissima.

La storia fuggiva via, e la fotografia, appena nata – pressoché coetanea del Risorgimento: due "rivoluzioni" contemporanee – la inseguiva da presso, cercava di fermarla in molti modi, sicché le categorie del "falso" di oggi, nell'epoca del photoshop, sono molto diverse da quelle di ieri, e persino al falso Garibaldi d'Aspromonte riconosciamo, paradossalmente, un valore storico: quella foto ci parla del mito dell'Eroe dei Due mondi, diffuso e sostenuto anche dal mezzo fotografico, produttore di "santini laici" che incontrarono subito un'enorme fortuna. E ci parla, persino, di quella volontà embrionale della neonata fotografia di produrre un documento, usando il verisimile se non il vero, costruendolo in studio con tutti gli attributi e le caratteristiche della verità. Dopotutto, fino ad allora così si era fatto, e si continuava a fare: le grandi battaglie, i grandi personaggi erano tutti ri-costruiti negli atelier dei pittori, e di fatto i dipinti (pensiamo ai pittori-patrioti, come Gerolamo Induno, grande interprete e non solo "illustratore" dell'epopea risorgimentale) assumevano in toto il carico visivo degli avvenimenti, lo perpetuavano alla stregua d'un documento.

Di questo, e altro ancora, parla il bel libro di Marco Pizzo, direttore del Museo centrale del Risorgimento di Roma, "Lo stivale di Garibaldi. Il Risorgimento in fotografia" (Mondadori, pp. 179, euro 35): un saggio ricco d'immagini ma soprattutto di suggestioni, che ci invita a una lettura del Risorgimento attraverso le immagini che, più che documentarlo, effettivamente lo costruirono, contribuendo a fornire il carico di simboli, di icone, di nuove «reliquie laiche per la definizione di una religione civile», di «pantheon portatili» (si pensi all'album dei Mille).

Un altro celebre "falso" di cui Pizzo si occupa è relativo alla Breccia di Porta Pia, momento topico del Risorgimento, che ovviamente la fotografia doveva certificare, ma al suo modo similveritiero: l'immagine più nota e diffusa mostra un gruppo di bersaglieri sopra un terrapieno con il fucile imbracciato in direzione di invisibili nemici papalini. Qui siamo all'antenato del photoshop: basti osservare che il bersagliere è, in pratica, uno solo, la cui sagoma è ripetuta più volte, identica, persino girata verso il basso a raffigurare i caduti. Un "fotomontaggio", abilissimo per le tecniche dell'epoca. Anche qui: possiamo davvero dire che sia un falso? Nessuna foto del tempo poteva riprodurre la Storia nel suo farsi, ma essa si poteva mettere in scena, con la sua carica dirompente, la sua potenza di fuoco. Porta Pia la vediamo bene nel portone monumentale: la breccia vera, poco distante ed esclusa dall'immagine, è assai meno fotogenica. La foto migliora la realtà per farla, paradossalmente, più vera.

L'originalità del libro di Pizzo è in questa lettura degli intenti della fotografia che incrociavano eventi epocali e personaggi destinati a diventare leggendari, considerati in un arco di tempo abbastanza limitato, dalla Repubblica Romana del 1849 appunto a Porta Pia, 1870. Dopo di allora, la semplificazione dei procedimenti fotografici consentirà quella maggiore immediatezza che inaugurerà un diverso rapporto tra oggetto e documento, tra oggetto e foto. Tra l'Italia fatta e l'Italia immaginata.

I Cairoli, una famiglia di patrioti

«Il prototipo della famiglia di patrioti –scrive Pizzo – può essere identificato con i Cairoli, e la fotografia che li ritrae (sotto) è densa di connotati simbolici e risorgimentali. Nell'immagine sono ritratti il primogenito Benedetto (1825-1889), a sinistra, e la madre Adelaide Bono Cairoli (1806-1871); in piedi, al centro, Giovannino (1841-1869), con la divisa dell'Accademia militare di Torino, e più sulla destra Enrico (1840-1867).Le cicatrici del patriottismo hanno fatto sedimentare nella fotografia i loro attributi simbolici – la benda insaguinata, la stampella – ma anche le sciabole bene in evidenza, così come le medaglie che decorano il petto degli eroici figli di Adelaide Cairoli. Un caso vero e proprio di immagine retorica e di propaganda che sfrutta la messa in posa fotografica per far trapelare una sorta di ammaestramento morale e "risorgimentale".( Fonte: www.gazzettadelsud.it/ Autore: Anna Mallamo)

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