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7 aprile 2011 4 07 /04 /aprile /2011 07:35

http://www.archistyle.it/foto/miart-2011-milano.jpgCento gallerie, il top degli artisti internazionali, un padiglione, quattro giorni di fiera. Dopo due anni di ottimi risultati, sia in termini di business che di presenze, MiArt 2011 punta ancora di più all’eccellenza del sistema artistico attraverso un’ulteriore selezione delle gallerie per presentarsi al mercato e al pubblico come una fiera unica, che ospita le più importanti gallerie italiane.

In programma dall’8 all’11 aprile 2011 (inaugurazione su invito giovedì 7 aprile e apertura straordinaria il sabato sino alle 21.00), MiArt 2011 verrà concentrata in un unico padiglione (pad. 3, fieramilanocity, viale Scarampo, Porta Teodorico), dove le gallerie invitate alla partecipazione saranno collocate per analogia delle proposte secondo gli ambiti storico, contemporaneo e giovani a favore di una visione complessiva del panorama artistico internazionale.

“Gli ottimi risultati delle ultime due edizioni, in cui abbiamo puntato sulla qualità, confermano la necessità di realizzare una fiera sempre più selezionata, in cui solo le gallerie più serie, prestigiose e autorevoli siano chiamate a rappresentare artisti e opere della produzione italiana e internazionale dall’inizio del Novecento ad oggi. – sottolinea Michele Perini, Presidente di Fiera Milano Spa. E aggiunge: – A determinare l’internazionalità di una manifestazione non è la provenienza delle gallerie d’arte ma degli artisti, ed è per questo che MiArt ha deciso di imprimere una caratterizzazione netta alla fiera, ospitando il meglio delle gallerie italiane che rappresentano il meglio degli artisti internazionali”.

“Il futuro di MiArt – ha detto l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory - è iscritto in un nuovo e diverso rapporto tra l’in e l’out, tra ciò che succede in fiera e il coinvolgimento totale, coerente e creativo con le gallerie, le case editrici , i critici e gli artisti dell’arte contemporanea milanese. MiArt dev’essere il terreno di confronto tra il mercato dell’arte contemporanea e le politiche culturali di questa città, che hanno a mio avviso come obiettivo la nascita di un museo pubblico specializzato nell’arte contemporanea”.

Una nuova strategia, quella di MiArt 2011, che curatori e il comitato consultivo hanno condiviso. Per Gió Marconi, membro del comitato “Milano è il riferimento italiano per il mercato dell’arte. MiArt rappresenta, dunque, un importantissimo punto di incontro per tutti gli operatori – galleristi, collezionisti, artisti, appassionati. La scelta di farne una fiera di eccellenza, riservata alle migliori gallerie italiane, rende questa occasione una vetrina imprescindibile nel calendario fieristico internazionale”.

Anche Giulio Tega, in rappresentanza del settore moderno del comitato afferma: “Per quanto riguarda l’edizione Miart 2011, il lavoro della commissione nel settore dell’arte Moderna è stato indirizzato essenzialmente ad un discorso di qualità e di attività espositiva delle gallerie che esporranno. Per cui ci aspettiamo un’edizione ancora più interessante e valida degli altri anni”.

D’altra parte la comunità di collezionisti internazionale chiede ad ogni manifestazione una caratterizzazione che ne motivi la visita, che la renda unica e dunque non sostituibile.

MiArt 2011 ha dunque l’ambizione di diventare “unica”, in quanto fiera d’eccellenza, in primo luogo, delle gallerie italiane: una scelta assolutamente non provinciale, poiché le gallerie invitate alla partecipazione hanno tutte una storia e una collocazione internazionali: frequentano le più importanti fiere estere, accostano alla produzione italiana di grande qualità quella dei più riconosciuti artisti internazionali, lavorano in modo continuato con artisti e curatori sia italiani sia esteri per la produzione delle loro mostre.

Inoltre, l’eccellenza di MiArt 2011 è anche una risposta al mercato ancora in difficoltà: gallerie e opere di assoluto prestigio quale proposta al collezionismo più raffinato ed esigente.

MiArt 2011 vuole anche essere una manifestazione di alto valore culturale, in prima istanza coinvolgendo tutte le componenti del sistema: gli artisti, i galleristi, i collezionisti, i curatori, i critici, i direttori di museo, gli enti istituzionali, le testate di settore, le librerie specializzate.

Obiettivo è quello di offrire una serie di spunti e di riflessioni per prefigurare i prossimi orientamenti dell’arte, le future linee di ricerca, e questo partendo dalle eccellenze che il mercato attuale può offrire.

In questa direzione, come già nell’edizione 2010, acquistano senso le diverse figure curatoriali preposte alle differenti sezioni e i tanti format che da queste discendono, dal catalogo della manifestazione ai tanti talk, conferenze, dibattiti, con personalità italiane ed internazionali, sullo stato e il destino dell’arte; alla rigorosa selezione delle gallerie partecipanti, unica risposta a quanto fin qui esposto.

Il catalogo è un vero libro d’arte: curato da Giorgio Verzotti, contiene il secondo saggio teso a ricostruire la storia dell’arte italiana attraverso le gallerie. Dopo l’incursione negli esiti delle neoavanguardie, il percorso critico analizza gli anni, gli eventi, i luoghi del ritorno alla figurazione: dalla prima, compressa fra le due guerre (1918 – 1938) alla più recente che dalla Transavanguardia ha preso l’avvio.

A corredo dello stesso, un’inedita selezione di fotografie realizzate da Mimmo Jo-dice appositamente per MiArt; dopo l’occhio di Gabriele Basilico e la visione ‘a colori’ di Armin Linke, la lettura ‘romantica’ di Jodice, per approfondire ancora una volta la conoscenza di una Milano da riscoprire nei dettagli e nelle atmosfere.

Anche questa edizione sarà accompagnata dal MiArt Magazine, uno strumento di riflessione che partendo dal progetto della fiera tenta incursioni nella complessa varietà del sistema arte: quest’anno due numeri che raccolgono le suggestioni evocate dal numero 100 e dalla realtà italiana. 100 risposte per immagini e testi sull'Italia dell'arte, della cultura, dello sviluppo.

Il programma di convegni/conferenze interno alla manifestazione è a cura di Peep-Hole (Vincenzo de Bellis e Bruna Roccasalva): una serie di incursioni nei rapporti fra arte e moda, arte e design, arte e architettura e nelle realtà del collezionismo, degli spazi museali e del no profit.

Giacinto Di Pietrantonio e Donatella Volonté sono ancora, rispettivamente, i curatori delle sezioni contemporaneo e moderno della fiera: a loro si devono la fisionomia complessiva della manifestazione e il coordinamento dell’intero progetto. MiArt è il risultato di una forte condivisione di obiettivi e strategie operata dalla segreteria, dai diversi curatori, dal Comitato Consultivo preposto alla selezione delle gallerie partecipanti, composto, per l’edizione 2011, da Marco Altavilla, Epicarmo Invernizzi, Giò Marconi, Francesca Minini, Mauro Nicoletti, Lorcan O'Neill, Mario Pieroni, Giulio Tega; dal Comitato d’Onore, costituito da figure di grande prestigio del mondo dell’arte e della cultura italiane e straniere: Flavio Albanese, Corrado Beldì, Daniel Bosser, Pierluigi Cerri, Lieven Declerk, Ernesto Esposito, Giorgio Fasol, Alessandro Mendini, Giovanni Puglisi, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

Un programma speciale per i collezionisti stranieri invitati ha la finalità di far vivere loro la fiera dall’interno per tutto il tempo della loro permanenza a Milano: per loro, dunque, visite guidate, incontri riservati, una VIP Lounge dedicata.

In questa direzione ancora una volta ACACIA - Associazione Amici Arte Contemporanea, affiancherà MiArt organizzando INVITO, l’evento speciale dedicato agli ospiti internazionali di MiArt, che nel 2011 raggiunge la sua quinta edizione. In particolare questa iniziativa offrirà la possibilità di visitare le case private a Milano di alcuni collezionisti soci, teatro, per l’occasione, di una selezione di opere del vincitore del Premio ACACIA 2011.

E accanto a tutto questo, una serie d’iniziative dentro e fuori fiera, realizzate con enti pubblici e privati preposti alla promozione dell’arte contemporanea: Rotary Club Milano Brera sarà promotore, per la terza edizione, del Premio Rotary per l’arte contemporanea e i giovani artisti, che consiste nell’acquisizione di un’opera di un artista under 30 che sarà poi donata al costituendo Museo d’Arte Contemporanea. Come già la scorsa edizione, la giuria del Premio sarà costituita da Chiara Bertola, Laura Cherubini e Christian Marinotti.

Continua infine la collaborazione fra MiArt e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti Milano, che darà origine, la sera del 9 Aprile, a “100 di 50”, un grande evento curato da Giacinto Di Pietrantonio e Marco Scotini, in cui saranno riproposte dal vivo o presen-tate con materiale documentario, un ampio numero di performance (100 appunto) degli ultimi 50 anni.

( Fonte: http://www.miart.it)

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18 marzo 2011 5 18 /03 /marzo /2011 17:14

http://www.ilcittadinodimessina.it/writable/photo_24028.jpgÈ tornata in Italia, dopo 30 anni di esilio, la Venere di Morgantina, statua preziosa e bellissima del quinto secolo a. C.. È atterrata su un aereo a Fiumicino, ieri mattina, proveniente dal Paul Getty Museum di Los Angeles che l'acquistò, si dice per 18 milioni di dollari, dopo il furto da parte di tombaroli. La Venere è giunta a Roma divisa in sette casse che sono state prese in consegna dagli uomini del Comando carabinieri tutela patrimonio culturale. Dopo le operazioni di dogana, oggi saranno tolti i sigilli e inizierà su un tir il viaggio verso la Sicilia che si concluderà domani con l'arrivo ad Aidone.

Accompagnata dal direttore del museo ennese, Enrico Caruso, l'opera sarà "riassemblata", a cominciare da lunedì, nel nuovo padiglione allestito nello spazio espositivo di Aidone, dai tecnici del museo americano e del centro di restauro regionale. L'inaugurazione è prevista per la fine di aprile. «Domani la Venere sarà ad Aidone – ha spiegato Caruso – da lunedì partiranno le operazioni di montaggio. Contiamo di posizionare la statua nella sua sede definitiva in un paio di giorni, al massimo entro giovedì. Ai visitatori proporremo un abbinamento suggestivo: nella sala che ospiterà la Venere ci sarà anche un'altra statua, quella di una Musa, datata terzo secolo. Proprio dal confronto con il materiale con cui è stata realizzata quest'opera gli studiosi sono riusciti a stabilire che Venere e Musa venivano dalla stessa zona della Sicilia». Infine, a giugno Caruso tornerà a Los Angeles portando una collezione di oggetti prevenienti da Morgantina che saranno collocati al posto della Venere nella Sala degli dei».

La statua, secondo gli storici della Sicilia, proverrebbe «dall'area centrale della regione, opera di artisti greci o autoctoni che hanno importato dalla madre patria il marmo pario con cui sono state realizzate la testa, le braccia e le mani mentre il busto è in pietra calcarea, secondo la tradizione degli acroliti, statue realizzate con materiali diversi».

La Venere, secondo la ricostruzione fatta finora, è stata trovata e trafugata da tombaroli che nel 1977 effettuarono in contrada San Francesco ad Aidone scavi clandestini «durante i quali venne alla luce un santuario dedicato a divinità della terra».

Per questo motivo gli studiosi pensano, inoltre, che la statua non rappresenti una Venere ma più probabilmente Demetra o Persefone, divinità legate ai culti della terra.

Il presidente della Regione Raffaele Lombardo ha espresso la sua gioia per il rientro dell'opera d'arte: «Il caso ha voluto che mentre si celebra l'Unità d'Italia la Sicilia può aggiungere anche la gioia per il ritorno della Venere di Morgantina. Voglio ringraziare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – ha aggiunto – che ha seguito la vicenda con impegno e passione e ci ha promesso che appena potrà verrà ad ammirarla». Lombardo ricorda «la continuità d'azione messa in campo dall'ex ministro Rutelli e da tutti i governi nazionali che si sono succeduti». L'assessore siciliano ai Beni Culturali, Sebastiano Missineo, ha detto: «Stiamo preparando una serie di iniziative per valorizzare la Venere, sin dal giorno dell'inaugurazione al pubblico, dal punto di vista culturale e turistico. Assieme agli enti locali intendiamo costruire un progetto che porti alla nascita del distretto greco-romano che comprenda Morgantina, Aidone e la Villa del Casale, unico al mondo».

L'Afrodite o Venere di Morgantina fu trafugata nel sito archeologico nei pressi di Aidone (Enna), tra il 1970 e il 1980, verosimilmente in località San Francesco Bisconti, area contrassegnata dalla presenza di sacelli arcaici (piccole aree recintate e senza coperture, situate intorno ad un altare) e da rinvenimenti di frammenti di statue in terracotta a grandezza naturale. Agli inizi degli anni 80 la statua, divisa in tre parti, fu venduta dal ricettatore ticinese Renzo Canavesi al londinese Robin Symes, che nel 1986 la rivendette al Paul Getty Museum.

L'accordo siglato a Roma, il 25 settembre del 2007, tra il ministero dei Beni Culturali, l'assessorato dei Beni culturali della Sicilia e il Getty ha concluso la lunga e complessa vicenda giudiziaria e diplomatica. Il museo americano ha riconosciuto la fondatezza dell'azione del Governo italiano grazie anche alle analisi che hanno dimostrato che il tufo dal quale la statua è stata ricavata proviene dall'area archeologica del fiume Irminio.

La Venere è alta 2,20 metri e si presenta con il corpo panneggiato e con tracce di pigmenti rossi, blu e rosa. Per l'uso di diversi materiali, la tecnica utilizzata è la «pseudo-acrolitica», già sperimentata in Magna Grecia e soprattutto in Sicilia, anche per la realizzazione delle metope del tempio E di Selinunte (450 a.C.). Il rendimento del corpo e del panneggio rivela profonde influenze dello «stile ricco» e potrebbe essere stata scolpita in Sicilia da un artista attico della cerchia di Fidia.

Essendo lavorata da tutti i lati la statua fu realizzata per essere esposta al centro di un ambiente, a tutt'oggi non identificato. Il confronto più immediato con la Venere è quello con un'Afrodite dell'Agorà di Atene (circa 410 a.C.) e tuttavia, dopo l'identificazione della statua, da parte degli esperti del Getty Museum come «Probably Afrodite» gli studiosi hanno riconosciuto in essa Demetra o Kore. Campagne di scavo condotte negli anni '80 dalla Soprintendenza archeologica di Agrigento, allora competente per territorio, confermarono inoltre a Morgantina la presenza di un'area sacra in località Cozzo Matrice, nei pressi del lago di Pergusa, dove le fonti storiche dello stesso periodo localizzavano il mitico rapimento di Kore da parte di Ade, dio degli Inferi. ( Fonte: www.gazzettadelsud.it)

Autore: Costanza Villari

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18 marzo 2011 5 18 /03 /marzo /2011 17:04

http://www.blogdem.it/gianantonio-girelli/files/2011/02/logo-150-anni-Italia-300x274.jpgA Torino e Roma le grandi mostre celebrative per i 150 anni dell'Unità d'Italia sono le esposizioni di maggior richiamo del weekend, ma non mancano altre importanti rassegne come i capolavori del Museo d'Orsay a Rovereto e i Leonardeschi dell'Ermitage a Pavia.

 

TORINO – Negli spazi imponenti delle Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria, si è aperta ieri la grande mostra "La Bella Italia", che celebra in modo spettacolare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Esposte oltre 350 opere tra le più significative della storia dell'arte nazionale, per tracciare un percorso che va dall'antichità alla vigilia del 1861 attraverso le principali capitali culturali pre-unitarie: Torino, Firenze, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Parma, Modena, Napoli e Palermo. La mostra ne ripropone l'immagine con lo sguardo dei maestri più celebrati: Giotto, Beato Angelico, Donatello, Botticelli, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Correggio, Bronzino, Tiziano, Veronese, Rubens, Tiepolo, Canova, Hayez, Parmigianino, Velazquez, Bernini e tanti altri. Un percorso strepitoso, da cui emerge e si afferma il profilo di un'arte e di uno stile italiano.

 

ROMA – Anche nella capitale s'i apre oggi'è aperta ieri una grande rassegna per il 150. anniversario dell'Unità d'Italia. Al Complesso del Vittoriano è di scena "Alle radici dell'identità nazionale. Italia Nazione Culturale", oltre duecento opere tra dipinti, sculture, documenti, libri antichi, fotografie, manufatti, mappe, cartine geografiche e video, per ricercare le radici della nazione, della civiltà nazionale quale sintesi millenaria di istanze culturali diverse. Ad aprire il percorso espositivo una sezione arricchita da foto, filmati e oggetti, dedicata a diciotto grandi personaggi della storia nazionale dal 1861 a oggi, simboli e vere e proprie icone dell'Italia: Giuseppe Garibaldi, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Gabriele D'Annunzio, Luigi Pirandello, Eleonora Duse, Il Futurismo, Benedetto Croce, Giosuè Carducci, Enrico Caruso, Arturo Toscanini, Padre Pio, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Il Neorealismo (Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini), Fausto Coppi, Totò e la nazionale di calcio.

 

ROVERETO – Da domani al Mart si potranno ammirare 75 capolavori, prestito eccezionale del Museo d'Orsay di Parigi. Esposti i dipinti dei maestri dell'Impressionismo e Postimpressionismo quali Monet, Cézanne, Pissarro, Sisley, Renoir, Degas, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Morisot, Vuillard, Bonnard, Denis, Courbet. Un'occasione unica per conoscere da vicino, attraverso opere esemplari, un periodo fondamentale della ricerca pittorica tra 800 e 900. L'importante esposizione si intitola "La rivoluzione dello sguardo. Capolavori impressionisti e post-impressionisti dal Musée d'Orsay" e racconta la grande stagione dell'Impressionismo alla vigilia delle avanguardie: lo scandaloso realismo di Gustave Courbet nella celeberrima tela "L'origine du monde" (1866), esposta per la prima volta in Italia, la nuova visione temporale che Claude Monet introduce nella serie di dipinti dedicati alla "Cattedrale di Rouen" (1892), della quale il Mart ospita una tra le più intense versioni, la straziante solitudine di Van Gogh e della sua "Chambre ad Arles" (1889), l'esotismo di Paul Gauguin con le "Donne di Tahiti" (1891), lo sguardo di Degas sulla danza.

 

PAVIA – Si intitola "Leonardeschi. Da Foppa a Giampietrino: dipinti dall'Ermitage di San Pietroburgo a dai Musei di Parigi" la grande mostra dedicata all'attività dei seguaci di Leonardo ospitata al Castello di Pavia da domenica al 10 luglio. Dal celebre museo russo arriva eccezionalmente un nucleo importantissimo di dipinti lombardi del Cinquecento, in tutto 22 opere, molte delle quali considerate fino a tutto l'Ottocento originali di Leonardo. Capolavori che in mostra sono affiancati da altrettanti dipinti delle collezioni pavesi per aiutare il visitatore a scoprire quanto il genio toscano in terra lombarda abbia determinato e reso possibile nuovi sviluppi artistici.( Fonte: www.gazzetadelsud.it)

Autore: Nicoletta Castagni

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16 marzo 2011 3 16 /03 /marzo /2011 22:32

http://www.exibart.com/foto/79593_1.jpgLa sua onda di critico e osservatore e passata da Borromini, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, per finire a Pollock, Picasso, Rauschenberg e De Kooning. Un'onda anomala e preziosa nella storia dell'arte…


È morto domenica sera nella sua casa di Manhattan Leo Steinberg, a 90 anni di età. A darne il triste annuncio, l'assistente Sheila Schwartz al New York Times. È stato uno dei più grandi storici dell'arte di tutti i tempi. Il giornalista e scrittore statunitense Tom Wolfe lo inserisce tra i Kings of Cultureburg, insieme a Harold Rosenberg e Clement Greenberg, dei quali Steinberg non ha mai smesso di criticare l'eccessivo formalismo. "Ha un vantaggio sugli altri due - dice il critico d'arte Philippe Daverio - è l'unico a conoscere il passato, pur occupandosi di Jackson Pollock".

Daverio parla di una vera e propria metodologia intellettuale che parte dal contemporaneo per analizzare l'antico. È profondo conoscitore di Rinascimento e Barocco – scrive di Borromini, Michelangelo e Leonardo – e allo stesso tempo formula importanti teorie sull'arte contemporanea. Nato a Mosca ma cresciuto tra Berlino e Londra, Steinberg ha conseguito un dottorato alla Facoltà di Storia dell'Arte della New York University nel 1960 con una tesi su Francesco Borromini. Ha poi insegnato allo Hunter College di New York e all'università della Pennsylvania, oltre a collaborare con altri importanti istituti: Stanford, Berkeley, Princeton, Columbia e Harvard. L'opera che lo ha reso più famoso, Other Criteria del 1972, mostra chiaramente la sua abilità di vedere, capire e decodificare l'oggetto d'arte. In questo testo fondamentale, Steinberg espone una delle sue teorie rivoluzionarie, dove il piano pittorico è concepito come piano d'appoggio (flatbed) e la superficie è destinata ad accogliere delle cose su cui siano sparsi degli oggetti. Rimette cosi in discussione alcuni assiomi fondamentali della storia dell'arte, e offre un nuovo possibile approccio ai lavori di Pollock, Rauschenberg o Dubuffet. L'ingegno e l'improvvisazione tuttavia non possono prescindere da una solida conoscenza. "Non affronta solamente i grandi capolavori del passato - dice Daverio - ma si interessa soprattutto al dettaglio". Degno di nota è uno studio che intraprese sul Pontormo della Cappella Capponi a Firenze, documentato da un articolo comparso su Art Bullettin nel 1975. Partendo dal famoso ciclo di affreschi, trovò inedite assonanze con dipinti e disegni dei grandi maestri rinascimentali e barocchi.

Un breve papier diviene così un piccolo compendio, lucido e attento, di storia dell'arte. Nel 1983 Leo Steinberg pubblica un altro saggio destinato a sconvolgere il mondo della critica benpensante. La sessualità di Cristo nell’arte rinascimentale e il suo oblio nell’epoca moderna mette a nudo altri preconcetti e mostra come la sensualità dei quadri rinascimentali stesse a sottolineare la corruttibilità della carne. L'occhio del contemporaneo si apre su tavole lignee e fondi oro. Plaudo con Daverio la "sofisticatezza del mondo ebraico newyorchese degli anni '40, aperto all'influenza del surrealismo e dell'antropologia culturale"; vie maestre per vedere il nuovo nell'antico e l'antico nel nuovo. "Leo Steinberg aveva la tendenza a dire esattamente quello che pensava - ricorda Marco Meneguzzo, docente di Storia dell'Arte presso l'Accademia di Brera - "cosa che oggi non è più possibile fare con la stessa sicurezza". In questo modo ha tracciato un percorso talmente libero da essere, non solo fonte di onori, ma anche di oneri. In Italia, ad esempio, "la strada che ha indicato non è stata molto seguita - ricorda Meneguzzo - "poiché la chiave interpretativa dell'espressionismo astratto è stata piuttosto quella di Greenberg". Meneguzzo lo definisce una mosca bianca per il suo non conformismo, volto a sconvolgere un ordine preesistente e a formulare nuovi importanti teorie; e con rammarico sottolinea l'appartenenza di Steinberg a un vecchio modo di trattare di arte che si occupava sia di Rinascimento che di contemporaneo; modo olistico che non esiste più. ( Fonte: http://www.exibart.com)

A cura di Irene Falck

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16 marzo 2011 3 16 /03 /marzo /2011 22:25

http://www.exibart.com/foto/79600(1).jpgIn occasione dei 150 anni della nascita dello stato italiano, Roma Capitale ha dato vita a diversi eventi per celebrare solennemente questa data importante…

Sono i nostri 150 anni. Data l’importanza dell’anniversario è impossibile non citare gli eventi artistici, o pseudo tali, ad esso dedicata. A seguire saranno indicate tre rassegne, quelle risultate a noi più pertinenti:

innanzitutto La mostra Alle radici dell’identità nazionale. Italia Nazione Culturale ospitata presso il Complesso Monumentale del Vittoriano (17 marzo al 2 giugno 2011); più che una mostra d’arte potrebbe essere definito un percorso pedagogico e storico che analizza la cultura e le radici dell’ identità italiana attraverso opere spesso inedite, proprio in quanto provenienti da fonti estremamente variegate quali archivi, biblioteche e musei.

Oltre a manoscritti e documenti autografi e libri vi potrete trovare inoltre diversi dipinti ma non aspettatevi di scorgere grandi artisti quali Michelangelo o Raffaello, piuttosto avvisterete delle copie di opere famose il cui fine in questa mostra non sta nell’ammirarne le fattezze e la qualità artistica. L’obiettivo primario sembra risiedere nell’illustrazione delle scuole tradizionali - la veneta, la toscana, la romana, l'emiliana e via dicendo.

Ancora una volta le opere presenti hanno il fine di spiegare le diverse culture e linguaggi pittorici della penisola italiana.

Da segnalare dunque l’eccezionale (eccezionale più che altro in quanto indispensabile date le condizioni di degrado) intervento di restauro del Gianicolo nell’ambito del progetto I luoghi della Memoria. Diversi monumenti presenti sul colle hanno subito interventi di rinnovamento. Sono state restaurate le superfici lapidee dell’insieme dei frammenti in bronzo, si è lavorato al consolidamento delle strutture portanti interne dei monumenti bronzei e al restauro degli apparati decorativi dell’ambiente interno al Faro.

Tra le iniziative promosse a Roma nell’ambito della celebrazione del 150esimo anniversario c’è da annoverare tra le più interessanti quella relativa al recupero/restauro del Complesso Monumentale di Porta San Pancrazio divenuto Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina.

Questo nuovo museo (perfetto per le gite scolaresche) offre la possibilità di approfondire, mediante il tramite di documenti storici, opere d’arte, materiali multimediali e didattici, la storia, i luoghi ed i protagonisti fondamentali che diedero vita alla Repubblica Romana del 1849. Perfetto per un approfondimento storico- antropologico ma lungi dall’contenere una rimarchevole rilevanza artistica.

Piuttosto che soffermarsi sul valore pedagogico del progetto è maggiormente opportuno riflettere

sull’interessante recupero di questo monumento romano. La sua riqualificazione da oggetto urbano, attributo tipico di tutte le porte romane, a luogo di fruizione ed uso contemporaneo fa pensare al fatto che se non risalisse ad uno stabile d’epoca romana questo potrebbe essere un tipico recupero di

archeologia industriale a causa della metodologia di inserimento nel tessuto urbano.

E’ sempre affascinante quando gli edifici del passato sono riqualificati per un nuovo impiego che ne stravolga la destinazione d’uso iniziale ma in questo caso se il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina fosse stato riconvertito in contenitore d’arte contemporanea sarebbe stato un accorgimento di gran lunga più intrigante e coraggioso.

Ma siamo a Roma…e l’azzardo zoppica sempre.

Forse la nostra città eterna aveva bisogno di un altro museo e specificatamente di un museo dedicato alla Repubblica Romana del 1849….forse…ma a quanto ammonterebbe il numero dei suoi fruitori? (sarà il tempo a dircelo ovviamente).( Fonte: www.http://www.exibart.com)

Autore: Andrea Lauria

 

Dal 17 marzo al 2 giugno 2011

Alle radici dell'identità nazionale. Italia Nazione Culturale

a cura di Marcello Veneziani

Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere, Fori Imperiali, Roma

Orario: dal lunedì al giovedì ore 9,30 - 19,30; venerdì, sabato e domenica ore 9,30 - 19,30

Catalogo: Cangemi Editore

Ingresso gratuito

info: 06/69202049

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13 marzo 2011 7 13 /03 /marzo /2011 22:32

http://isaac.guidasicilia.it/foto/news/personaggi/garibaldi_aspromonte_1862_N.jpgLo dice il cartello, accanto al piede: "Aspromonte, 1862". Lo certifica, esattamente come la foto, che diviene (che vuol essere) documento storico: possiamo vederlo, l'Eroe dei Due Mondi, forse più canuto del solito, ma sorridente, sciabola in pugno, medaglie allineate sul petto, e, in primo piano, la ferita alla gamba, inflitta al generale in uno scontro tra le forre d'Aspromonte il 29 agosto 1862. Peccato che non sia lui, ma uno sconosciuto sosia. E che la foto sia tutta una montatura: ma all'epoca – viene da pensare – tutte le foto erano frutto di accurata preparazione, messinscena e posa, lunga o anche lunghissima.

La storia fuggiva via, e la fotografia, appena nata – pressoché coetanea del Risorgimento: due "rivoluzioni" contemporanee – la inseguiva da presso, cercava di fermarla in molti modi, sicché le categorie del "falso" di oggi, nell'epoca del photoshop, sono molto diverse da quelle di ieri, e persino al falso Garibaldi d'Aspromonte riconosciamo, paradossalmente, un valore storico: quella foto ci parla del mito dell'Eroe dei Due mondi, diffuso e sostenuto anche dal mezzo fotografico, produttore di "santini laici" che incontrarono subito un'enorme fortuna. E ci parla, persino, di quella volontà embrionale della neonata fotografia di produrre un documento, usando il verisimile se non il vero, costruendolo in studio con tutti gli attributi e le caratteristiche della verità. Dopotutto, fino ad allora così si era fatto, e si continuava a fare: le grandi battaglie, i grandi personaggi erano tutti ri-costruiti negli atelier dei pittori, e di fatto i dipinti (pensiamo ai pittori-patrioti, come Gerolamo Induno, grande interprete e non solo "illustratore" dell'epopea risorgimentale) assumevano in toto il carico visivo degli avvenimenti, lo perpetuavano alla stregua d'un documento.

Di questo, e altro ancora, parla il bel libro di Marco Pizzo, direttore del Museo centrale del Risorgimento di Roma, "Lo stivale di Garibaldi. Il Risorgimento in fotografia" (Mondadori, pp. 179, euro 35): un saggio ricco d'immagini ma soprattutto di suggestioni, che ci invita a una lettura del Risorgimento attraverso le immagini che, più che documentarlo, effettivamente lo costruirono, contribuendo a fornire il carico di simboli, di icone, di nuove «reliquie laiche per la definizione di una religione civile», di «pantheon portatili» (si pensi all'album dei Mille).

Un altro celebre "falso" di cui Pizzo si occupa è relativo alla Breccia di Porta Pia, momento topico del Risorgimento, che ovviamente la fotografia doveva certificare, ma al suo modo similveritiero: l'immagine più nota e diffusa mostra un gruppo di bersaglieri sopra un terrapieno con il fucile imbracciato in direzione di invisibili nemici papalini. Qui siamo all'antenato del photoshop: basti osservare che il bersagliere è, in pratica, uno solo, la cui sagoma è ripetuta più volte, identica, persino girata verso il basso a raffigurare i caduti. Un "fotomontaggio", abilissimo per le tecniche dell'epoca. Anche qui: possiamo davvero dire che sia un falso? Nessuna foto del tempo poteva riprodurre la Storia nel suo farsi, ma essa si poteva mettere in scena, con la sua carica dirompente, la sua potenza di fuoco. Porta Pia la vediamo bene nel portone monumentale: la breccia vera, poco distante ed esclusa dall'immagine, è assai meno fotogenica. La foto migliora la realtà per farla, paradossalmente, più vera.

L'originalità del libro di Pizzo è in questa lettura degli intenti della fotografia che incrociavano eventi epocali e personaggi destinati a diventare leggendari, considerati in un arco di tempo abbastanza limitato, dalla Repubblica Romana del 1849 appunto a Porta Pia, 1870. Dopo di allora, la semplificazione dei procedimenti fotografici consentirà quella maggiore immediatezza che inaugurerà un diverso rapporto tra oggetto e documento, tra oggetto e foto. Tra l'Italia fatta e l'Italia immaginata.

I Cairoli, una famiglia di patrioti

«Il prototipo della famiglia di patrioti –scrive Pizzo – può essere identificato con i Cairoli, e la fotografia che li ritrae (sotto) è densa di connotati simbolici e risorgimentali. Nell'immagine sono ritratti il primogenito Benedetto (1825-1889), a sinistra, e la madre Adelaide Bono Cairoli (1806-1871); in piedi, al centro, Giovannino (1841-1869), con la divisa dell'Accademia militare di Torino, e più sulla destra Enrico (1840-1867).Le cicatrici del patriottismo hanno fatto sedimentare nella fotografia i loro attributi simbolici – la benda insaguinata, la stampella – ma anche le sciabole bene in evidenza, così come le medaglie che decorano il petto degli eroici figli di Adelaide Cairoli. Un caso vero e proprio di immagine retorica e di propaganda che sfrutta la messa in posa fotografica per far trapelare una sorta di ammaestramento morale e "risorgimentale".( Fonte: www.gazzettadelsud.it/ Autore: Anna Mallamo)

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8 marzo 2011 2 08 /03 /marzo /2011 10:16

http://2.bp.blogspot.com/_ckyuAVh6P7Q/TK-ZLCrLWqI/AAAAAAAAAnc/JZNr7ZKSNRs/s320/picasso.jpg«Le donne sono state alla base della vita di Pablo Picasso, col suo modo di distruggerle e ricostruirle, che alla fine qualcuna ci ha rimesso le penne, e comunque mai nessuna, in punto di morte o di vita, ha dichiarato di essersi pentita di averlo incontrato».

Lo dice Giorgio Albertazzi a proposito di "Cercando Picasso" che lo vede in scena con i ballerini della Martha Graham Dance Company e la regia di Antonio Calenda a partire dal debutto a Messina stasera al Teatrio Vittorio Emanuele col sipario che «si leverà su un letto pieno di donne nude e il protagonista, nudo pure lui, come in un sogno, o un incubo, che è solo l'inizio di una ricerca da compiersi ogni sera».

Tutto è nato da uno scambio di lettere per discutere proprio di Picasso, tra il regista e l'attore, che oggi dice: «Non è uno spettacolo, ma una follia, quindi con la giusta dose di violenza. È un tentativo di esplorazione del mondo di Picasso, evitando di fare decorazione, che lui aborriva, ma semmai qualcosa che possa definirsi cubista». Il tutto in una scena completamente bianca, in cui apparirà un solo quadro di Picasso, "Guernica", a parte il sipario, che sarà quello che aveva dipinto come fondale nel 1917 per "Parade", balletto di Sergej Diaghilev cui collaborarono anche Cocteau, Satie e Massine, segnando un'interazione e commistione tra le diverse arti, che è quella che segna tutta la ricerca del Novecento. «Con esso vogliamo subito dare un segno forte dello spettacolo - spiega Calenda - che sta per iniziare e che vive proprio di tale complicità fra arti, a partire dallo stretto dialogo che si intesserà fra le coreografie delle nove danzatrici della Graham Company, il protagonista e gli altri linguaggi espressivi della messinscena».

Una messinscena che sarà «nudità, rischio, sperimentazione, tentativo di vedere e non solo di guardare, come dovrebbe essere sempre il vero teatro. Insomma – sottolinea sempre Albertazzi – qualcosa di ben diverso dai soliti spettacoli ben fatti di cui si può parlare serenamente la sera da Marzullo, cercando di interrogarsi scioccamente sul loro significato, facendo finta di non sapere di cosa si stia parlando. L'arte è spesso prostituzione, forse un pò lo sarà anche questo nostro tentativo, ma l'importante è esserne coscienti».

Ci saranno alcune coreografie classiche della Graham, da "Lamentation" a "Deep song", interpretate da Janet Eilber, ma al centro della serata saranno proposti parti di "Il desiderio preso per la coda", opera teatrale di Picasso in omaggio all'Ubù di Jarry, con i danzatori che daranno corpo a tutta la surrealtà che connota il testo, mentre le battute verranno recitate da alcune voci fuori campo di grande qualità, da quella dello stesso Albertazzi, che interpreta Piedone, a Piera Degli Esposti che è La Torta, Andrea Jonasson l'Angoscia Magra, Franca Nuti l'Angoscia Grassa e Elisabetta Pozzi la Cugina.

Albertazzi racconta di interagire col balletto: «per esempio quando realizzo con loro, che danzano "Prelude to action", una corrida, facendo il toro che incorna il torero, nel segno dell'arte come solitudine, lotta. Picasso vede nel toro l'ottusa brutalità, io lo sento vicino a Ippolito, ingannato dall'uomo e, semmai, la bestia è il matador». Quindi parla dei testi, da riflessioni sull'arte del pittore (mentre sul fondo scorrono proiezioni video) a poesie di autori a lui vicini o cari, da Garcia Lorca a Guillaume Apollinaire, «cui aggiungo anche dei miei versi, scelti tra le 190 poesie che ho pronte per la pubblicazione da Mondadori».

"Cercando Picasso" è una produzione dello Stabile del Friuli Venezia Giulia con la Graham Company e in coproduzione con il Teatro di Messina. ( Fonte: www.gazzettadelsud.it)

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8 marzo 2011 2 08 /03 /marzo /2011 10:08

http://www.altrenotizie.org/images/stories/2011-2/dre2.jpgLe sue opere sono a Roma per una mostra di valore mondiale nelle sale del “Palazzo delle esposizioni”. E’ la prima e grande presentazione monografica che si organizza fuori dalla Russia di questo grande pittore realista “sovietico”, Aleksandr Deineka (1899-1969), maestro della modernità. I suoi mosaici ornano ancora la stazione più famosa della metropolitana della capitale, quella intitolata al poeta Majakovskij e dove il 6 novembre 1941 fu celebrato, con Stalin, il 24mo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

 

A lui si dedicano rassegne e mostre tematiche relative alla sua modernità, al suo discorso su arte e rivoluzione e alla complessa vicenda delle avanguardie artistiche degli anni venti, quando tumultuosi rovesci politici si abbattevano un po’ dovunque in tutta Europa con episodi che mutavano profondamente gli assetti socio-politici. Erano anni di forte tensione culturale con giovani che si sentivano spinti ad abbracciare istanze e valori di una società nuova, tutta da costruire.

 

Un artista come Deineka, in tale contesto, allargava notevolmente lo spettro di indagine sociale. Non più soltanto la metropoli, Mosca, centro di propulsione culturale ed intellettuale, ma anche l’ambiente operaio e contadino, il mondo del lavoro. Dando qui a tutti i personaggi rappresentati dignità di “genere” artistico e una visibilità sconosciuti fino ad allora. Il “bello ideale” e il “vero” - prima idealizzato dai romantici - divengono categorie estetiche senza più corso. E così un lavoratore e la sua condizione sono innalzati a monumento di una contemporaneità, di un presente, che diviene una sorta di “pittura storia”.

http://www.altrenotizie.org/images/stories/2011-2/dre.jpgDeineka è tutto questo. Ed è noto che nel periodo della seconda guerra mondiale nell’Urss l’artista si trovò a convivere con quella retorica culturale che esplodeva in un dilagante “pompierismo” con i temi della costruzione del socialismo che divenivano obbligatori per ogni artista. Sempre in questo periodo Deineka era esaltato come l’esponente di un simbolismo monumentale. Tanto da dimostrarsi degno di ricevere il titolo di “Eroe del lavoro socialista”. Ma nello stesso tempo fu definito, in alcuni ambienti della critica occidentale, come “un volgare autore”.

 

E Roma, ora, si appresta a conoscere e celebrare questo artista della modernità e di quello che è stato definito “realismo socialista”, quello che esigeva una raffigurazione veridica e storicamente concreta della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. Al tempo stesso la veridicità e la concretezza storica della raffigurazione artistica dovevano unirsi al compito della trasformazione ideologica e dell'educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo.

 

http://www.altrenotizie.org/images/stories/2011-2/dre1.jpgSi è al cospetto di un periodo, tra l’altro, poco noto in occidente sia per le qualità specifiche (per la prima volta apparve alla Biennale del ’28 con la “Difesa di Pietrogrado”) che per le vicende dell’intero itinerario creativo delle avanguardie russe. Tutto questo nel quadro di un rinnovato interesse per quei tre fondamentali movimenti, sviluppatisi anche in Russia fra il 1910 e il 1930: il raggismo, il suprematismo e il costruttivismo. Deineka, in questo ambito, riuscì quasi sempre a sfuggire a quella stanca pittura di maniera ufficiale che ha fatto la fama dei vari Gherassimov, i quali hanno interpretato l'indicazione “realista” di Lenin nel modo più meramente illustrativo e didattico.

Il Deineka che scopriamo oggi aumenta perciò il desiderio di conoscere non soltanto il momento delle avanguardie, ma anche quello successivo, almeno negli esempi più sicuri. Forse da una simile conoscenza anche taluni interrogativi, che oggi ci assillano quando affrontiamo l'argomento dell'arte sovietica, riceverebbero una prima, plausibile risposta.

 

Ed ecco che Roma saluterà Deineka ricordando anche quel suo soggiorno del 1935 quando realizzò opere fondamentali. La mostra che si apre ora assume, quindi, un grande valore storico ed artistico. E’ realizzata in collaborazione con la Galleria Statale Tret'jakov di Mosca, l’istituzione che detiene la maggiore concentrazione di capolavori di Deineka, e che è in grado di garantire alla rassegna di realizzarsi nel segno della completezza e dell'eccellenza qualitativa.

 

Sono più di ottanta i capolavori, provenienti oltre che dalla Galleria Tret'jakov anche dal Museo Statale Russo di San Pietroburgo e dalla Pinacoteca Statale Aleksandr Deineka di Kursk. Il percorso offerto ora in prima mondiale abbraccia l'intera opera dell'artista, dagli anni Venti ai Sessanta e contempla, oltre alla pittura, esempi della produzione grafica (disegni, illustrazioni, manifesti), plastica e monumentale.

 

Diamo quindi il benvenuto in Italia ad un grande esponente di quella generazione d’oro dei Larionov e dei Tatlin: quello strato di artisti sovietici che, dopo l’esaurimento della fase avanguardistica proposero nuove posizioni figurative. ( Fonte: www.altrenotizie.org)

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6 marzo 2011 7 06 /03 /marzo /2011 22:19

http://www.exibart.com/foto/79528.jpg"Ho rifiutato la partecipazione al Padiglione Italiano della Biennale di Venezia, un’operazione populista volta a rappresentare il nostro governo berlusconiano - artisti RIFIUTATEVI di partecipare al padiglione Italiano della prossima Biennale!”. Questo il grido di battaglia lanciato via Facebook da Rossella Biscotti, invitata ad esporre ad Amsterdam, in una delle 89 mostre che quest’anno il padiglione italiano allestirà negli altrettanti Istituti Italiani di Cultura all’estero.

Invito che si è scontrato con un deciso rifiuto, che si è poi trasformato in una sorta di appello al boicottaggio, che in breve - nel post sul social network - ha raccolto qualche diecina di adesioni, con commenti volti all’apprezzamento e all’incoraggiamento, e molti potenziali emulatori. "Totale e incondizionato appoggio. anche se riterrei più efficace esprimere il dissenso da dentro. partecipando. organizzandolo. standone fuori, è rivolta muta. che ha/è comunque un valore. e fa onore a chi la pratica”, dichiara Adamo Antonellini. "Congratulations!! good gesture”, tuona Tania Bruguera, un’esperta del genere. "Sono d'accordo con Tania dovreste fare una dichiarazione pubblica dove spiegate le motivazioni di questo rifiuto. Per noi che lavoriamo nel campo può essere chiaro ma non per gli altri”, contestualizza Roberto Pinto.

Ma in breve i commenti scemano, magari il fervore acceso dall’appello si riaccenderà a Venezia, chissà… Ma al contrario iniziano a farsi sentire voci in controtendenza. Voci che sempre più insistentemente reclamano: ma un po’ di coerenza? Ricordando che dal famigerato governo berlusconiano - ovvero dal Ministero per i Beni Culturali, via Maxxi - la signorina Biscotti ha accettato di recente, e senza stare troppo a eccepire, il Premio Italia Arte Contemporanea, con annessi e connessi: "La sua opera entrerà a far parte della collezione permanente del Maxxi e all’artista verrà dedicato un catalogo monografico su tutto il suo percorso artistico”.

Con due noti artisti contemporanei, che hanno chiesto la consegna dell'anonimato per non entrare in polemiche personali, che hanno rilasciato ad Exibart dichiarazioni che suonano grossomodo così: "Questo appello appare come pretestuoso e vuoto: se fosse coerente, dovrebbe riconsegnare il Premio Italia, assegnatole dal governo che ora attacca tanto aspramente. Se non lo farà, allora la sua azione non sarà che la solita strumentalizzazione e ricerca di facile visibilità a poco prezzo…”. ( Fonte: http://www.exibart.com)

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