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La sua onda di critico e osservatore e passata da Borromini, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, per finire a Pollock, Picasso, Rauschenberg e De Kooning. Un'onda anomala e preziosa nella storia dell'arte…
È morto domenica sera nella sua casa di Manhattan Leo Steinberg, a 90 anni di età. A darne il triste annuncio, l'assistente Sheila Schwartz al New York Times. È stato uno dei più grandi storici dell'arte di tutti i tempi. Il giornalista e scrittore statunitense Tom Wolfe lo inserisce tra i Kings of Cultureburg, insieme a Harold Rosenberg e Clement Greenberg, dei quali Steinberg non ha mai smesso di criticare l'eccessivo formalismo. "Ha un vantaggio sugli altri due - dice il critico d'arte Philippe Daverio - è l'unico a conoscere il passato, pur occupandosi di Jackson Pollock".
Daverio parla di una vera e propria metodologia intellettuale che parte dal contemporaneo per analizzare l'antico. È profondo conoscitore di Rinascimento e Barocco – scrive di Borromini, Michelangelo e Leonardo – e allo stesso tempo formula importanti teorie sull'arte contemporanea. Nato a Mosca ma cresciuto tra Berlino e Londra, Steinberg ha conseguito un dottorato alla Facoltà di Storia dell'Arte della New York University nel 1960 con una tesi su Francesco Borromini. Ha poi insegnato allo Hunter College di New York e all'università della Pennsylvania, oltre a collaborare con altri importanti istituti: Stanford, Berkeley, Princeton, Columbia e Harvard. L'opera che lo ha reso più famoso, Other Criteria del 1972, mostra chiaramente la sua abilità di vedere, capire e decodificare l'oggetto d'arte. In questo testo fondamentale, Steinberg espone una delle sue teorie rivoluzionarie, dove il piano pittorico è concepito come piano d'appoggio (flatbed) e la superficie è destinata ad accogliere delle cose su cui siano sparsi degli oggetti. Rimette cosi in discussione alcuni assiomi fondamentali della storia dell'arte, e offre un nuovo possibile approccio ai lavori di Pollock, Rauschenberg o Dubuffet. L'ingegno e l'improvvisazione tuttavia non possono prescindere da una solida conoscenza. "Non affronta solamente i grandi capolavori del passato - dice Daverio - ma si interessa soprattutto al dettaglio". Degno di nota è uno studio che intraprese sul Pontormo della Cappella Capponi a Firenze, documentato da un articolo comparso su Art Bullettin nel 1975. Partendo dal famoso ciclo di affreschi, trovò inedite assonanze con dipinti e disegni dei grandi maestri rinascimentali e barocchi.
Un breve papier diviene così un piccolo compendio, lucido e attento, di storia dell'arte. Nel 1983 Leo Steinberg pubblica un altro saggio destinato a sconvolgere il mondo della critica benpensante. La sessualità di Cristo nell’arte rinascimentale e il suo oblio nell’epoca moderna mette a nudo altri preconcetti e mostra come la sensualità dei quadri rinascimentali stesse a sottolineare la corruttibilità della carne. L'occhio del contemporaneo si apre su tavole lignee e fondi oro. Plaudo con Daverio la "sofisticatezza del mondo ebraico newyorchese degli anni '40, aperto all'influenza del surrealismo e dell'antropologia culturale"; vie maestre per vedere il nuovo nell'antico e l'antico nel nuovo. "Leo Steinberg aveva la tendenza a dire esattamente quello che pensava - ricorda Marco Meneguzzo, docente di Storia dell'Arte presso l'Accademia di Brera - "cosa che oggi non è più possibile fare con la stessa sicurezza". In questo modo ha tracciato un percorso talmente libero da essere, non solo fonte di onori, ma anche di oneri. In Italia, ad esempio, "la strada che ha indicato non è stata molto seguita - ricorda Meneguzzo - "poiché la chiave interpretativa dell'espressionismo astratto è stata piuttosto quella di Greenberg". Meneguzzo lo definisce una mosca bianca per il suo non conformismo, volto a sconvolgere un ordine preesistente e a formulare nuovi importanti teorie; e con rammarico sottolinea l'appartenenza di Steinberg a un vecchio modo di trattare di arte che si occupava sia di Rinascimento che di contemporaneo; modo olistico che non esiste più. ( Fonte: http://www.exibart.com)
A cura di Irene Falck