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GARIBALDI SECONDO FATTORI. IL DIPINTO SULLO SCONTRO DI PALERMO E LE SUE " VERSIONI" CINEMATOGRAFICHE

Carla Maria Casanova Garibaldi e Fattori. Loro credevano. Certo Fattori ci credeva in modo più limpido di Garibaldi, l'eroe dei Due Mondi, i cui lunghi capelli lasciati crescere sulle orecchie nascondevano il taglio dei lobi che veniva praticato in Sudamerica ai ladri di cavalli. I conquistatori celano sempre, nel profondo, sentimenti brutali e sanguinari.
Gli artisti sono sognatori inebriati dall'anelito per mondi migliori, salvo poi accorgersi che nessuna conquista potrà mai giustificare la mostruosità di una guerra. Giovanni Fattori aveva trentacinque anni e si era appena sposato con Settimia Vannucci (a Livorno, il 2 luglio 1860) quando dipinse quello che è forse il suo capolavoro o comunque la tela "di rottura" che segna l'inizio della sua maturità : "Garibaldi a Palermo". Da questo momento nella sua pittura entrano le immagini della guerra: campi dopo la battaglia, scontri in armi, artiglieri in manovra, cavalieri in vedetta.
"Garibaldi a Palermo", olio su tela di cm 88 x 132, riscoperto nel 1958 dopo anni di oblio, è il soggetto e l'oggetto principale della mostra che si inaugura giovedì (fino al 13 marzo) al Centro Matteucci per l'Arte Moderna di Viareggio, dopo essere stato esposto al Musée d'Orsay di Parigi in occasione della grande mostra "Voir l'Italie et mourir" (Vedere l'Italia e morire).
Tema del grande dipinto è uno degli episodi cruenti della campagna di Garibaldi in Sicilia: lo scontro del 27 maggio 1860 all'ingresso di Palermo nei pressi di Porta Termini. Fattori, come accade ai poeti, si prende qualche "licenza pittorica" sulla veridicità di luoghi e date (l'architettura dello sfondo è chiaramente Porta Nuova, nei pressi del Palazzo Reale) ma il contesto è più che esplicito. Alcuni hanno addirittura voluto leggere all'origine dell'idea una sorta di manifesto patriottico del fervore dei Macchiaioli nello schierarsi tra le file dei volontari, qualunque fosse l'impresa cui partecipavano, dall'arrivo di Napoleone III a Firenze (che il pittore fissò nei primi studi dal vero) alle grandi battaglie della Madonna della Scoperta e di Palestro, agli scontri dei Mille in Sicilia.
Loro credevano. Le testimonianze lasciate, scritte nel sangue, per la conquista dell'unità d'Italia, hanno una forza commovente che in questo 150° anniversario della méta raggiunta acquistano particolare significanza. L'impatto più immediato sta comunque nel valore pittorico dell'opera stessa, non per nulla considerata di linguaggio cinematografico. Come ben sapevano Blasetti e Visconti quando affrontarono le inquadrature di "1860", "Senso" o il "Gattopardo". E oggi Mario Martone, nel suo sconvolgente "Noi credevamo".
Nella grande tela in mostra a Viareggio, Fattori presenta con straordinaria vivezza una scena devastata, groviglio di macerie e di cadaveri. I soli personaggi in sella, diremmo quasi i soli vivi, sono il gruppo di Garibaldi con i suoi più fedeli ufficiali: verosimilmente Nino Bixio, Francesco Nullo, Giuseppe La Masa, Stefano Turr. Ma anche loro compaiono in controluce, ombre immobili che si stagliano sui vivi bagliori dei colpi delle armi da fuoco mentre una luce in primo piano investe la sagoma di un soldato ucciso. Determinanti i colori: ocre, marrone, giallo biancastro. Persino il rosso delle giubbe è stinto in una tonalità ruggine che partecipa al gioco quasi monocromo della ambientazione. A questo quadro, scelto dai curatori Giuliano Matteucci, Francesca Panconi e Roberto Viale quale emblema della mostra, si affiancano altre opere di Borrani, Buonamici, Bechi e dello stesso Fattori strettamente correlate e appartenenti a una comune cultura figurativa.
Poi Giovanni Fattori, che per tutta la vita risedette in Toscana, ci regalerà momenti di raggiunta quiete, come il silenzioso incanto della "Rotonda di Palmieri" (1866) con una luminosità che ricorda i paralleli risultati degli impressionisti parigini, ma con colori e pennellate di robustezza del tutto originali. ( Fonte: http://www.gazzettadelsud.it)
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