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Tutto nacque da una passione: "Sono ritornato studente... disegno la Notte, studio il Lorenzo de’ Medici cerco di impadronirmi della concezione chiara e complessa che è alla base della costruzione di Michelangelo”. Con queste parole, nel 1918, Henri Matisse (Le Cateau-Cambrésis, 1869 - Nizza, 1954), all’epoca già artista affermato, descriveva all’amico Camoin l’ardore con cui andava sondando l’enfasi volumetrica e la torsione serpentinata dei corpi michelangioleschi.
Indaga questo aspetto cruciale del rapporto tra i due grandi dell’arte la nuova mostra bresciana, Matisse. La seduzione di Michelangelo, nelle sale del Museo di Santa Giulia: un legame molto più profondo di quanto possa sembrare, mostrato nelle 180 opere del francese, esposte insieme a diversi calchi delle più importanti sculture dell’artista fiorentino e a un piccolo, pregiatissimo disegno a matita di Michelangelo, raffigurante due studi da una Venere antica.
Proprio quest’opera michelangiolesca è ripresa nell’olio Busto in gesso, bouquet di fiori del 1918: una discendenza diretta che quasi stupisce per la continuità tra le due opere. Così è anche in Interno con schiavo, olio su tela del 1924, debitore in toto dello Schiavo Morente del Louvre, realizzato quasi 500 anni prima dallo scultore di Caprese per la tomba di Giulio II, e anche nei bronzi esposti, come Nudo disteso II del 1927, declinazione delle sculture della Cappella Medicea.
Un lavoro che non fu solo di assimilazione del fulgore michelangiolesco, poiché per Matisse fu ben presto evidente la "necessità di dimenticare il mestiere dei maestri o piuttosto di comprenderlo, ma in modo tutto mio”.
La ricerca di una forma essenziale è alla base della progressiva condensazione della forma umana, che, dalle Odalische del 1923-29, a cui è dedicata un’intera sala della mostra, approda alla serie di incisioni per Pasiphaé. Chant de Minos (Le Crétois), del 1944, dove basta una semplice linea bianca su fondo nero per evocare l’universo ancestrale e sanguinario della mitologia antica. Così come nella nota serie Jazz.
L’allestimento segue gli spazi non sempre congeniali della location bresciana: così l’angusto corridoio che apre il percorso espositivo ospita, in un’atmosfera plumbea illuminata da drammatici colpi di luce, le copie della rivista Verve, a cui l’artista collaborò assiduamente negli ultimi anni di vita. Un’apertura inusuale, che forse potrà apparire troppo didascalica per il pubblico di massa a cui l’esposizione sembra dedicata, ma che sicuramente interesserà il cultore esperto di Matisse.
Le altre sale si aprono via via alla luce e al colore dell’artista francese, con allestimenti maggiormente ariosi. Less in more avrebbe detto Mies van der Rohe, ma forse l’ossessione per la cupezza cromatica va letta come trasposizione architettonica del mito platonico della caverna: dall’ombra, colma di significato, della grotta alla luminosità metaforica del sole.
Il mito ritorna anche nell’ultima opera in mostra, Venere, gouache découpée su tela del 1952, realizzata due anni prima della scomparsa dell’artista, quasi un esperimento gestaltico, dato che è lo sfondo a essere modellato nella carta blu. Mentre il corpo, un sintetico nudo di donna, si libra puro nella materia bianca. ( Fonte: www.http://www.exibart.com)
Autore: Isabella Berardi
Mostra visitata il 10 febbraio 2011