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GIORGIO MORANDI E MARCO TIRELLI A VENEZIA, MUSEO FORTUNY

Che cos’è il mondo visibile se non una selva intricata di impressioni e sensazioni? Come discernere, nell’assordante frastuono della contemporaneità, ciò che è reale da ciò che è illusorio? L’abitudine sopisce la percezione, la capacità di comprendere ciò che va oltre la fenomenologia apparente: l’essenza delle cose.
Ma ciò che un oggetto è non è poi così distante da come appare, basta saperlo osservare.

 

E la pittura può veramente aprire una finestra sull’alterità della dimensione comune, sia essa fatta di oggetti o architetture, svelandone, almeno in parte, quel senso intrinseco che trascende l’impressione visiva.

L’accostamento tra due artisti come Tirelli e Morandi, proposta dal nuovo allestimento di Palazzo Fortuny all’apertura della stagione, propone dunque al visitatore un iter inedito e concettuale che lo porta a superare i facili e immediati dogmatismi del mondo visibile per esplorare una dimensione in cui ogni oggetto, seppur ritratto innumerevoli volte, appare sempre diverso; ogni architettura diventa spazio irreale, sospeso, quasi onirico.

È in questo che risiede quella "serialità artistica” di cui parlava Umberto Eco a proposito di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), pittore fenomenologo che per tutta la vita indagò il medesimo soggetto e, su di esso, ogni possibile vibrazione di luce e colore, rendendo le sue nature morte piccoli microcosmi apparentemente simili ma, in realtà, profondamente cangianti.

 

L’allestimento, curato da Daniela Ferretti con la collaborazione di Franco Calarotta, presenta un’accurata selezione di opere che l’artista dipinse tra il 1921 e il 1963: piccole icone della quotidianità con i quali il visitatore è chiamato a rapportarsi senza condizionamenti o filtri, immerso in quello stesso silenzio che accompagnava l’artista all’interno del suo studio.

Le tinte sabbiose, i riflessi di luce, le ombre spesso appena accennate rendono gli oggetti dipinti presenze instabili, riflessi di un’inquietudine che sfiora il metafisico. È una "poesia pittorica che esteriorizza l’inafferrabile”, sostiene Castor Seibe, una pittura che nel silenzio contemplativo rivela la sua dimensione più nascosta e, dunque, più autentica.

È evidente come la metafisica morandiana, che a sua volta è memore della lezione di de Chirico e Cézanne, ispiri la ricerca artistica di Marco Tirelli (Roma, 1956), pittore-filosofo che, dopo aver abbandonato l’austero geometrismo della fine degli anni ’70, giunge gradualmente alla definizione di "architetture” emozionali, visioni sospese nelle quali il raffinato monocromatismo contribuisce ad accentuare il carattere visionario e atemporale.

 

Le nature morte di Tirelli - aste, sfere, composizioni di elementi curvilinei o rettangolari - si stagliano senza peso sullo sfondo scuro, mentre la particolarissima tecnica pittorica, fatta di microscopiche nebulizzazioni del colore, crea un sottile, quasi "cipriato” gioco di luci e ombre.
Sono trasfigurazioni mentali della realtà, fantasmi figurativi nei quali si confonde quella sottile linea di confine tra bidimensionalità reale e tridimensionalità illusoria. ( Fonte: www.exibart.com)

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